Continua la dittatura senza vergogna

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Ieri sera alle 20:00 circa in risposta agli eventi romani dopo la stretta decisa dal governo sono stati revocati da varie prefetture i prossimi permessi a manifestare.

Contemporaneamente la settimana si apre invece con questa “delizia”:
L’abrogazione da parte del governo dell’articolo 2 del codice della privacy.

L’articolo 2 quinquiesdecies del Codice della Privacy, che Mario Draghi e il suo governo hanno appena abrogato riguarda tutti da molto vicino. Chiedo a tutti perciò di leggere con attenzione l’intero “decreto Capienze” approvato giovedì sera, all’unanimità, dal consiglio dei ministri, che “grazie” al Green pass aumenta le presenze nei cinema, negli stadi e altrove, questa la parte apparentemente “bella”.

Ma, mentre da una parte si gioiva, dall’altra passata praticamente in sordina una bella polpetta avvelenata.
Sì perché di fatto con l’ultimo decreto si procede all’abrogazione dell’articolo 2 del codice di privacy. L’ultimo ostacolo al rischio di una schedatura di massa da parte dei pubblici uffici in materia sanitaria, giudiziaria, fiscale e biometrica delle persone.

Il recente comunicato di palazzo Chigi dà una versione pronta e confezionata appositamente per il popolo bove: Cit. «Sono state introdotte, in coerenza con il quadro europeo, alcune semplificazioni alla disciplina prevista dal decreto legislativo 196/2003 del trattamento dei dati con finalità di interesse pubblico»
Le chiamano “semplificazioni” però ad una attenta lettura del testo, ne esce una storia ben diversa.
Il decreto rimuove infatti i vincoli alla raccolta e ai trattamenti dei dati, inclusi quelli più rischiosi per la riservatezza degli italiani, che fino ad oggi le amministrazioni dello Stato erano tenute a rispettare.

In nome del superiore «pubblico interesse», almeno teoricamente potranno fare di tutto, incluso il riconoscimento facciale e biometrico a tappeto. Cina Docet.
Tutto è racchiuso in poche righe, comprensibili a chi mastica la materia, lancia oggi l’allarme anche Paolo Sceusa presidente emerito della Cassazione, promotore del comitato referendario e aderente a generazioni future.

La maggioranza dei parlamentari, ormai schiaccia i bottoni delle votazioni seguendo ciecamente le indicazioni del capogruppo senza nemmeno più sapere non solo i contenuti ma neanche il tema della materia votata. Più o meno quel che accadeva nel parlamento italiano agli inizi degli anni 20′ con l’affermarsi del ventennio.

Ebbene, il decreto 196 del 2003, ovvero il Codice della Privacy, ne esce stravolto.

Tanto per iniziare, il decreto inserisce al suo interno una nuova norma, secondo la quale, cit. «il trattamento dei dati personali da parte di un’amministrazione pubblica […] nonché da parte di una società a controllo pubblico […] o di un organismo di diritto pubblico, è sempre consentito se necessario per l’adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse».

Ovvero nel nome del “pubblico interesse” stabilito secondo criteri non definiti e quindi a piacere di chi lo impugni, il trattamento dei dati personali e regolati finora dalla legge sulla privacy sono a disposizione di ogni funzionario pubblico.

Tutto diventa lecito, dunque, se fatto in nome della “giusta causa”.
Ovviamente senza stabilire nessun criterio di come decidere se l’operazione è funzionale al «pubblico interesse».

Sempre quel decreto, dispone che, cit. «la finalità del trattamento, se non espressamente prevista da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento, è indicata dall’amministrazione, dalla società a controllo pubblico o dall’organismo di diritto pubblico in coerenza al compito svolto o al potere esercitato».

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