«Vaccino AstraZeneca e trombosi? Si rischia anche con un’aspirina, e chi prende il Covid è molto più esposto»

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Esiste un legame tra la vaccinazione con AstraZeneca e i rarissimi casi, registrati in alcuni Paesi, di trombosi? Il professor Mannucci, esperto cui Aifa ha chiesto di indagare su questi eventi: «Se si contrae il Coronavirus, quel rischio aumenta, con certezza»

L’agenzie europea per il farmaco ha stabilito che le rare trombosi dovranno essere inserite tra i possibili, ancorché rarissimi, effetti collaterali del vaccino AstraZeneca.

«Ma io a chi mi chiede, intimorito, “perché devo prendermi il vaccino Astra Zeneca?” rispondo: attento, la malattia che puoi prendere non vaccinandoti aumenta molto di più il rischio di trombosi in generale di quanto non fa il vaccino: e anche probabilmente di queste trombosi in sedi rare».

Invita alla calma e alla riflessione Pier Mannuccio Mannucci, ricercatore di Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, uno degli esperti di coagulazione nominati da Aifa per supportare le decisioni dell’ agenzia in questa fase di segnalazione di episodi non ancora spiegati.

Trenta casi di una forma di trombosi rara, quella cerebrale, di cui 7 mortali su 18,1 milioni di vaccinati rappresentano — come ha detto l’Ema — un rischio, certamente: ma infinitesimo, e di fronte al quale, è stato ribadito, i benefici superano i rischi.

«Teniamo conto che l’aspirina — un farmaco estremamente usato proprio per combattere le trombosi, le malattie cardiovascolari — può in alcuni casi, per fortuna rari, causare l’emorragia e in particolare quella gastroenterica».

In altre parole: se anche venisse accertato (è atteso per oggi un nuovo pronunciamento dell’Agenzia europea per il farmaco, Ema) un legame tra il vaccino AstraZeneca e questi fenomeni trombotici rari, insomma, la probabilità sarebbe inferiore a quella di chi prende un’aspirina.

Cos’è una trombosi
Professor Mannucci, ripartiamo dall’inizio: che cos’è una trombosi?
«Bisogna distinguere molto bene la trombosi arteriosa da quella venosa, cioè l’occlusione da parte di un coagulo che noi chiamiamo appunto trombo delle arterie o delle vene. L’occlusione delle arterie dà luogo a manifestazioni cliniche molto più frequenti di quelle della trombosi venosa e , se vogliamo sono anche più gravi perché parliamo per esempio di infarto e di ictus cerebrale. In Italia ogni anno 500mila persone sviluppano la trombosi e quasi tre quarti di queste sono trombosi arteriose. La trombosi venosa è più rara: si formano dei trombi che si collocano nelle vene, soprattutto tipicamente nelle vene della gamba da cui tipicamente possono staccarsi e finire ai polmoni , creando l’embolia polmonare. Questo è quello che noi chiamiamo tromboembolismo venoso che è fatta di due entità: la trombosi venosa profonda degli arti inferiori e l’embolia polmonare. Cominciamo a vedere i numeri. In Italia ci sono ogni anno 60mila casi di tromboembolismo venoso, quindi non è così frequente come l’infarto e l’ictus ma è la terza più frequente malattia cardiovascolare. Le trombosi arteriose non sembrano essere associate né alla malattia Covid né alla vaccinazione. Normalmente nelle trombosi venose il fattore di rischio più importante è l’età. Questo ce lo dice l’incidenza annuale generale nella popolazione, perché nelle persone giovani, fino ai 40 anni, l’incidenza è 1 caso ogni 10mila persone. Questa incidenza aumenta tra i 50 e i 60 anni e diventa 1 a 1.000, e da qui deriva il numero totale di 60mila in una popolazione che ha 60milioni di abitanti. L’incidenza aumenta marcatissimamente nei molto anziani e diventa praticamente 1 a 100».

Cosa accade con Sars-Cov2?
Questo è il tromboembolismo venoso in generale. Ma che cosa accade con Sars-Cov-2?
«Per quello che sappiamo noi, ma sono dati abbastanza solidi, con nessuno dei vaccini e nemmeno con Astra Zeneca queste trombosi tradizionali sono aumentate. La situazione attuale è peculiare perché non si tratta di una situazione tradizionale, cioè la trombosi delle vene che poi può andare a finire ai polmoni quando si stacca. I casi di cui stiamo parlando, e che sono stati associati (ancora senza prove) al vaccino AstraZeneca, sono trombosi in sedi rare, che sono le vene non della gamba, non del polmone ma degli organi splancnici, cioè gli organi interni. Quindi ad esempio la trombosi venosa cerebrale, cioè le vene del cervello; la trombosi delle vene dell’addome: la vena porta, la vena splenica e la vena mesoenterica. Ecco queste sedi sono molto più rare, tanto è vero che se dovessimo indicare una frequenza, che in media è di 1 a mille, qui dovremmo parlare di 1 massimo 2 per milione. Noi al Policlinico vediamo oltre ai casi banali anche quelli più rari, quindi abbiamo esperienza, abbiamo anche pubblicato sulle trombosi cerebrali e anche su quelle che chiamo splancniche. Quello che mi colpisce è questa associazione con la diminuzione delle piastrine. Perché nelle trombosi in generale e anche in quelle in sedi rare, di solito le piastrine non sono diminuite o perlomeno non in maniera molto marcata arrivando a valori intorno a 5mila, se non di meno come in queste situazioni. Quindi colpisce il fatto che un evento raro, la trombosi in sedi rare, sia associato ad un altro evento raro, la piastrinopenia».

Complicazione presente anche in chi si ammala
Un caso su un milione e mezzo che cosa significa? Possiamo stare tranquilli?
«È chiaro che il rischio è basso, su questo sono d’accordo tutti. Però una cosa è se la trombosi viene spontaneamente, ma se a uno viene perché fa un vaccino e in particolare questo di Astra Zeneca (non si sono osservati con gli altri vaccini a Rna messaggero) allora può chiedersi perché farlo. Se questo venisse provato, saremmo di fronte a un caso in cui, dopo il vaccino, il rischio – bassissimo — aumenta un po’. Ma bisogna anche considerare un altro aspetto, secondo me molto importante. Benissimo, uno ha questo minimo, piccolissimo, ma esistente rischio di sviluppare una trombosi tra l’altro che può essere anche molto grave. Ma bisogna considerare che se contrae la Covid, la trombosi venosa è una delle complicazioni più frequenti: uno su tre dei ricoverati in rianimazione ne è affetto. Tra quelli ricoverati in reparti non di rianimazione, la percentuale diventa 1 su 20: pur sempre delle frequenze molto superiori a quelle riscontrate (e ora sotto analisi da parte dell’Ema)».

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